PROGETTO FATTORIA SOCIALE

L’associazione Libera.mente propone la nota che segue con l’intento di condividere una riflessione sulle nuove opportunità di inclusione sociale determinate dalla valorizzazione dell’esperienza delle fattorie sociali. Come vedremo in seguito, si tratta di un’esperienza che tiene insieme varie dimensioni: quella dello sviluppo di politiche di welfare territoriale efficaci, la sfida dell’ecosostenibilità, la valorizzazione culturale e agricola di un territorio, la costruzione di opportunità reali di sviluppo e crescita occupazionale.

Siamo convinti che – a fronte della possibilità di costruire anche per la nostra città un progetto che vada nelle direzioni sopra accennate – sia necessario, nel caso specifico, tenere presente che sullo sfondo sono due le coordinate politico-culturali di riferimento. La prima, è rappresentata dall’esigenza di governare il passaggio da un approccio tradizionale alla costruzione delle politiche pubbliche fondato su logiche monocratiche e burocratico-fiscali (che spesso impediscono o rallentano la possibilità, da parte di una comunità locale, di cogliere l’evoluzione dei fenomeni sociali e di dare pronte risposte) ad un approccio fondato sull’attivazione di processi di governance e partecipazione, su logiche deliberative e sui saperi che sono strategici in una fase postofordista: i saperi delle scienze sociali, dell’ecosistema, delle tecnologie. La seconda coordinata riguarda la necessità di tenere insieme, davvero, welfare e sviluppo, rileggendo alcuni paradigmi meccanicistici di intervento e lotta all’esclusione e identificando nuove filiere progettuali e di azione che, in alcuni casi, portano ad un aumento dell’efficacia di una serie di servizi sociali e sociosanitari, in altri, addirittura portano – le fattorie sociali sono un esempio in tal senso – ad un risparmio per la collettività in termini di risorse economiche da investire oltre che ad uno sviluppo produttivo, culturale, lavorativo.

La nota che segue, da intendere come una prima, sintetica, riflessione su un possibile percorso da intraprendere, sviluppa essenzialmente quattro tematiche:

  • Cosa è una fattoria sociale
  • L’impatto del progetto sulle politiche di welfare e sviluppo
  • Il rapporto tra fattorie sociali e inclusione sociale
  • Una serie di riflessioni preliminari sul progetto attivabile a Fano

Lo diciamo in punta di piedi: siamo convinti che la scommessa valga l’investimento. Ne vale la pena perché abbiamo bisogno di garantire risposte adeguate ai cittadini dei nostri territori che vivono problemi di salute mentale, andando al di là del mero assistenzialismo e dell’investimento a vuoto di risorse. Ma, ne vale la pena anche perché una comunità locale quale quella di Fano, di medie proporzioni, può rappresentare un avamposto sperimentale, un laboratorio politico in grado di verificare e testimoniare che gli enti locali che scommettono sulle politiche di qualità della vita sono in grado di testimoniare una capacità di governo davvero orientata in senso democratico e di legittimazione dei diritti di cittadinanza.

1. L’esperienza delle fattorie sociali
Negli ultimi anni rapide e profonde trasformazioni hanno caratterizzato l’evoluzione dei sistemi agroalimentari.
Le spinte al cambiamento sono venute da più fronti e non hanno coinvolto la sola struttura delle relazioni economico – produttive, ma hanno prodotto una nuova configurazione degli stessi rapporti tra società e agricoltura, declinati in un rinnovato paradigma delle politiche europee a sostegno del settore.

L’agricoltura è divenuta fattore di sviluppo economico e sociale, oltre che strumento di salvaguardia e valorizzazione ambientale; una potenziale leva su cui poggiare modelli di crescita territoriale sostenibili.

E’ il caso di sottolineare che la capacità delle attività agricole di generare benefici di carattere sociale, quali quelli di carattere terapeutico-riabilitativo nei confronti di particolari gruppi della popolazione, non è certamente una novità nelle campagne. Se ad esempio si considerano i disabili, è agevole notare come nel linguaggio corrente vengono definite tali persone accomunate dall’assenza/insufficienza di una o più “abilità”. Questo significato, per così dire in negativo, della disabilità si accentua man mano che nel processo di sviluppo si passa da una società agricola e rurale a quella industriale e urbana. Nel tessuto industriale e cittadino la mancanza di alcune abilità determina situazioni problematiche per gli individui che ne sono portatori, per le loro famiglie e per la comunità intera, con conseguenti fenomeni di marginalizzazione o di vera e propria esclusione dalla vita sociale. Diversamente, l’agricoltura contadina tradizionale non conosceva la “disabilità”, almeno nei termini con cui la si intende comunemente oggi. Quell’agricoltura trovava una mansione, un ruolo, anche se limitato, per tutti i componenti della famiglia contadina, ognuno coinvolto e partecipe della vita sociale e produttiva di quella comunità familiare. Si può dunque affermare che una funzione sociale l’agricoltura l’abbia sempre svolta e che in una certa misura tale funzione derivi dall’essere, quello agricolo, un settore dove la dimensione economico-produttiva si intreccia strettamente con quella familiare e le due dimensioni determinino reciprocamente vincoli e opportunità.

Una specifica declinazione della funzione sociale dell’agricoltura riguarda fasce cosiddette deboli, o svantaggiate, della popolazione. Sulla base delle specifiche condizioni di svantaggio degli appartenenti a tali categorie la collettività, tramite le organizzazioni e le istituzioni a questo fine preposte, si adopera con interventi fondamentalmente riconducibili a due ambiti:

  • interventi di carattere terapeutico-riabilitativo;
  • interventi finalizzati all’inclusione sociale.

Dalla funzione sociale dell’agricoltura all’agricoltura sociale
Se, alla luce di quanto detto, una qualche funzione di carattere sociale il settore agricolo non abbia mai mancato di svolgerla, utilizzeremo il termine di “agricoltura sociale” per riferirci a quelle esperienze nelle quali vengono condotte attività a carattere agricolo, inteso in senso lato (coltivazioni di specie vegetali, allevamento di specie animali selvicoltura, trasformazione dei prodotti alimentari, agriturismo, …) con l’esplicito proposito di generare benefici per fasce particolari della popolazione (bambini, anziani, persone con bisogni speciali). Secondo questa definizione l’agricoltura a finalità sociali, o agricoltura sociale, si propone dunque esplicitamente di svolgere una funzione di utilità sociale e in tal senso crea le forme organizzative più adatte a tale finalità. L’impresa sociale in agricoltura rappresenta una di queste modalità organizzative, sebbene non l’unica.

L’imprenditorialità sociale, di fatto, ha presentato negli ultimi anni in Italia un vivace dinamismo che ha interessato anche il settore agricolo. La legge 381 sulle cooperative sociali, infatti, menzionava esplicitamente le attività agricole tra quelle riconosciute per le cooperative di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. Tra questi le persone con problematiche di salute mentale, possono trovare nelle attività agricole, un ambito nel quale esprimere le proprie abilità e valorizzare le proprie capacità di partecipazione alla vita produttiva.

La duplice crisi del modello tradizionale del sistema di welfare e di quello che ha governato il sostegno alle imprese agricole per alcuni decenni apre interessanti spazi di azione per declinare in chiave agricola interventi sociali in ambito rurale.

Negli ultimi tempi ha cominciato a farsi strada una nuova espressione riferita ad esperienze dove vengono condotte attività agricole con finalità prevalenti di tipo sociali: la fattoria sociale. Dopo gli agriturismi e le fattorie didattiche, le fattorie sociali rappresentano un’ulteriore declinazione del “primario-terziario” ovvero di un’agricoltura in cui la produzione di servizi affianca sempre più quella tradizionale di beni alimentari.

La fattoria sociale non va però necessariamente intesa come sinonimo di impresa sociale agricola. La forma giuridica della cooperativa sociale è infatti soltanto uno dei possibili assetti giuridici di un’esperienza di agricoltura sociale. E il focus non è necessariamente sulla produzione agricola: lo stesso progetto ipotizzato da Libera.mente, infatti, oltre a valorizzare il lavoro agricolo e l’impatto che esso ha sui programmi di inclusione sociale, è un progetto open. Tende cioè a tenere insieme produzione agricola, recettività, turismo sostenibile, didattica per le scuole, azioni di valorizzazione del patrimonio enogastronomico locale, eventi culturali, inserimento lavorativo, etc.

Nel delineare alcuni aspetti specifici che dovrebbero caratterizzare una fattoria sociale occorre, pertanto, avere la consapevolezza che non esistono ‘ricette’ standard in questo ambito. Come nel più generale contesto del terzo settore, la virtuosità delle singole esperienze, dei singoli progetti o iniziative dipende da numerose variabili, sia endogene che esogene, non tutte e non sempre programmabili a priori. Basti pensare al ruolo delle motivazioni personali delle risorse umane coinvolte e della loro capacità di integrarsi in sistemi più ampi stabilendo proficue relazioni umane e istituzionali con le altre organizzazioni e i diversi attori che operano sul territorio.

2. L’impatto sulle politiche locali di welfare e di sviluppo
Le riflessioni precedenti si collegano ad un’altra considerazione che riguarda la crisi fiscale dello Stato e la crescente difficoltà dell’organizzazione dell’intervento pubblico. Questa difficoltà riguarda, alla stessa maniera, l’agricoltura ed i sistemi di welfare, entrambi basati sull’attivazione di meccanismi redistributivi. Nelle aree rurali – è il caso solo in parte della città di Fano (nelle sue “dilatazioni periferiche”) quest’evidenza si somma alla cronica difficoltà di assicurare servizi, a fronte a condizioni strutturali critiche legate alle forme di insediamento della popolazione, alle difficoltà della viabilità, alla peculiare struttura sociale della popolazione. Qui, infatti, i bisogni sociali sono accresciuti dall’elevata incidenza di anziani e dall’elevata dispersione territoriale degli utenti, ma anche dall’insediamento di nuovi soggetti sociali (migranti, nuove famiglie) che, tra l’altro, esercitano una propria domanda di servizi.

A ciò si aggiunga che appare evidente, in progettualità come quella discussa, come il capitale umano e sociale sia alla base del modello post-produttivo di sviluppo basato sull’economia della conoscenza. Nei territori, quindi, la crisi dei sistemi di welfare, da una parte rappresenta un ostacolo all’avvio di processi innovativi di valorizzazione economica; d’altra parte, la riflessione su sistemi di welfare municipale, basati in misura maggiore sulla presa in carico e sull’organizzazione di sistemi di reciprocità, consente di alimentare in modo innovativo l’esistenza di reti di relazioni all’interno della comunità e porre le basi per la riorganizzazione di stili di vita specifici.

I servizi dell’agricoltura sociale possono essere resi disponibili per gli abitanti locali come per i ceti urbani, riaprendo la dialettica tra territori. Il ripensamento dei sistemi di welfare ed una nuova considerazione dell’efficacia dell’uso sociale dei processi agricoli accresce la possibilità di valorizzare la multifunzionalità sociale dell’agricoltura. Restano, però, da comprendere i meccanismi socio-economici capaci di supportare tale ipotesi di lavoro.

L’agricoltura sociale, come già anticipato, concerne la conduzione di attività agricole, o a queste connesse (agriturismo, trasformazione dei prodotti, attività didattiche in aziende agricole), con il proposito di generare benessere (di carattere terapeutico, riabilitativo o di inclusione sociale) per fasce deboli della popolazione: anziani, persone con disabilità o forme anche temporanee di disagio ed emarginazione sociale, soggetti svantaggiati in generale, così come definiti (ma la definizione è, forse, superata) dalla legge 381 del 1991.

Se approcciamo al tema con un taglio complesso, sistemico, ci accorgiamo però che una fattoria sociale, ed il lavoro ad essa connesso, ha in realtà diverse tipologie di beneficiari: oltre ai soggetti svantaggiati, anche la comunità locale, l’impresa stessa, il settore agricolo, stakeholders quali le famiglie, le scuole, il turismo locale ed extralocale.

In senso lato, questa dimensione dell’attività agricola assume l’agricoltura, e il contesto in cui le attività agricole si sviluppano ovvero le campagne, come un giacimento di salute psico-fisica e mentale quasi totalmente inesplorato e come un’opportunità di inserimento lavorativo nel mercato del lavoro per persone a bassa contrattualità.

L’agricoltura sociale (AS) è un fenomeno rilevante in alcuni paesi europei come l’Olanda, mentre in Italia è ancora agli inizi pur offrendo diverse interessanti esperienze, peraltro con una significativa differenza rispetto alle iniziative olandesi: mentre infatti nei Paesi Bassi le fattorie sociali sono nate per lo più su iniziativa di operatori agricoli privati che hanno trovato in tale contesto possibilità di ulteriore reddito, in Italia le esperienze di AS riguardano quasi esclusivamente l’ambito pubblico e quello del privato sociale, in questo ultimo caso sia nella forma giuridica dell’impresa sociale non profit che della Onlus.

L’effettivo inserimento dell’AS nelle politiche di sviluppo rurale è peraltro subordinato alla presa di coscienza da parte degli operatori agricoli e dei policy makers delle potenzialità dell’AS a partire dalla condivisione della nozione stessa di AS. La fattoria sociale deve anche essere una impresa vitale, economicamente e finanziariamente sostenibile che svolge normalmente la propria attività produttiva finalizzata, per esempio, alla vendita dei prodotti sul mercato, ma che è anche in grado di offrire, in modo integrato con l’attività primaria, servizi sociali. Anzi, come in parte anticipato, la capacità di erogare a domanda servizi di valenza sociale in favore di fasce deboli della popolazione può costituire un quid aggiuntivo in grado di fornire anche un ulteriore valore aggiunto alla attività produttiva valorizzandone in modo significativo i prodotti, ed è questo un elemento da non sottovalutare per un corretta percezione da parte degli operatori agricoli dell’A.S.

La caratterizzazione di “fattoria sociale” dà infatti ai prodotti dell’azienda una tipizzazione particolare che la mette in grado di commercializzare tali prodotti anche, ed in prospettiva soprattutto, nei particolari circuiti del commercio equo e solidale. Ne deriva che l’attribuzione alla fattoria sociale della caratteristica di impresa economicamente e finanziariamente sostenibile non è aleatoria ma si basa al contrario su concrete aspettative economiche derivanti dalla capacità dell’azienda di rispondere, oltre che al tradizionale mercato dei prodotti agricoli ed alimentari, anche ad almeno altre due tipologie di mercato:

  • un mercato esogeno alla filiera agroalimentare e relativo ad altri sistemi come quello sanitario, scolastico e carcerario interessati a sfruttare le opportunità offerte dal mondo rurale per il soddisfacimento dei propri bisogni terapeutici, relazionali, educativi, rieducativi;
  • un mercato interno al sistema agroalimentare ma dotato di caratteristiche sue proprie e legato alla tipizzazione etica dei prodotti agricoli delle fattorie sociali. Tali prodotti, per il fatto di provenire da una fattoria sociale, e/o di essere distribuiti al suo interno, pur provenendo da altri produttori tipici, incorporano infatti valori ulteriori di eticità che vanno a soddisfare un particolare segmento di domanda sensibile a tali valori e che sta dando luogo ad una filiera specifica, ancorché di nicchia, quella del cosiddetto commercio “equo e solidale”.

3.Fattorie sociali e inclusione sociale

La funzione terapeutico-riabilitativa del processo produttivo agricolo

Tralasciamo volutamente una serie di considerazioni legate al fatto che – essendo una fattoria sociale un sistema aperto in grado di tenere insieme persone con problematiche varie, operatori, cittadini-clienti, alunni, etc. – la qualità e la quantità delle relazioni che si attivano ed il meticciato(integrazione) che si crea hanno degli indubbi riverberi (multidirezionali, tra l’altro) in primis sulle persone svantaggiate, ma anche sui fruitori o i consumatori, gli stakeholders, la comunità locale. Si pensi al tema dello stigma evidenziato nella tabella precedente: è chiaro che lo scambio quotidiano tra cittadini-consumatori che privilegiano i prodotti biologici della fattoria e le persone svantaggiate che vi lavorano, da una parte contribuisce a mitigare la tendenza all’isolamento di chi presenta problematiche psico-fisiche e dall’altra aiuta a combattere pregiudizi, stereotipi, visioni distorte o semplificate in quei cittadini che altrimenti non avrebbero mai incrociato “la diversità”.

Caratteristica del tutto peculiare delle attività agricole è quella di svilupparsi in uno stretto rapporto tra l’uomo e le piante o gli animali. Tra i primi a realizzare che attraverso la peculiare relazione tra uomo e natura che si viene a determinare nelle attività di coltivazione e di allevamento si potessero perseguire obiettivi di carattere terapeutico per soggetti affetti da patologie della sfera psichica, mentale o comportamentale vi fu nel XVIII secolo Benjamin Rush, considerato uno dei padri della psichiatria americana. Ma è solo a partire dagli anni trenta del XX secolo che si cominciano a diffondere prima all’interno degli ospedali psichiatrici poi gradualmente in ambienti esterni i programmi terapeutici e di riabilitazione basati sulla cura delle piante. Nel dopoguerra nasce e si sviluppa nei paesi anglosassoni una vera e propria disciplina curativa che coniuga competenze mediche con quelle botaniche: si tratta dell’ Horticultural Therapy, solo da pochi anni tradotta come “terapia assistita con le piante”. Analogamente, a partire dagli anni ottanta si sviluppa un crescente interesse verso forme terapeutiche assistite con gli animali.

I punti di forza di questi percorsi di intervento terapeutico risiedono in alcune prerogative specifiche delle attività colturali e di cura degli animali.

In primo luogo queste hanno a che fare con elementi familiari, quali sono appunto le piante e gli animali, e pertanto agevolmente ‘riconoscibili’ anche da individui con limiti o difficoltà di natura cognitiva o psichica. Si tratta inoltre di elementi che non discriminano e, soprattutto per quanto riguarda le piante, non presentano caratteri di minacciosità nei nostri confronti. Tali aspetti, solitamente trascurati, rappresentano importanti proprietà delle attività agricole in chiave sociale, ovvero quando l’obiettivo è anche quello di un coinvolgimento attivo di soggetti svantaggiati. Uno studio condotto nelle carceri del Lazio, ovvero in ambienti dove le relazioni umane sono segnate da un’elevata diffidenza, ha evidenziato come per i detenuti che partecipano ai lavori agricoli all’interno del carcere la caratteristica di ‘sincerità’ delle piante rappresenta uno dei principali fattori di preferenza per questo ambito lavorativo. Tale caratteristica è alla base anche delle proprietà terapeutiche delle relazioni tra uomo e animali, sebbene in questo caso una certa ‘minacciosità’ può essere percepita da soggetti fragili. Nel caso dell’accudimento di animali, come avviene nelle attività di allevamento, la relazione tra soggetto individuo e l’animale può assumere caratteri di maggiore intensità. Diversamente da quanto non accada per le piante, agli animali, avvicinandosi maggiormente al tipo cognitivo dell’individuo, viene riconosciuta una identità individuale sancita dall’assegnar loro un nome “proprio” che consente di stabilire delle relazioni più intense e reciproche di quanto non accade con le piante.

Un’ulteriore aspetto dell’agricoltura che assume interesse nella prospettiva di generare attraverso le attività agricole dei benefici di carattere sociale riguarda l’aver a che fare con tempi biologici. L’arco temporale in cui si sviluppano i processi di produzione agricoli, per quanto variabile, è generalmente molto lungo rispetto a quanto non avvenga nel settore secondario o nel terziario. Il progresso tecnico è sì riuscito in alcuni casi ad abbreviarlo, ma in misura limitata.

Fare agricoltura implica inoltre movimento fisico.

Oltre a quella sensoriale, anche la dimensione motoria dell’individuo viene continuamente sollecitata; le mansioni sedentarie sono molto limitate e ciò viene considerato un aspetto rilevante nel caso di soggetti con patologie di tipo mentale o della sfera psichica che si ripercuotono negativamente, con diverse modalità, anche sulla sfera motoria.

L’interazione con organismi viventi presenta altri aspetti interessanti nella prospettiva di una finalità sociale delle attività agricole. Proprio perché le piante coltivate e gli animali allevati sono esseri viventi, ciascuno è diverso dall’altro. Ciò determina che nell’eseguire delle operazioni colturali, o di cura degli animali, anche le più semplici, intervengano momenti che si potrebbero definire “micro-decisionali”. Una semplice operazione come l’annaffiatura manuale di piante in serra, ad esempio, richiede una qualche valutazione sulla quantità d’acqua da erogare a ciascuna pianta prima che si passi a quella successiva. L’espianto di erbe infestanti da un orto dove sono presenti ortaggi in accrescimento genera delle scelte continue in merito alle specie da estirpare e a quelle da lasciare, che determina un piccolo momento decisionale per ciascun atto di estirpazione eseguito. Analoghe considerazioni possono riguardare le operazioni di raccolta, di taglio di prati e così via. Ancora, la presenza di una micro-decisionalità diffusa non costituisce certo un aspetto di interesse nell’ambito dell’agricoltura ‘ordinaria’, ma lo può diventare quando l’obiettivo dell’attività agricola è anche quello di inclusione di soggetti svantaggiati. In tal senso è accaduto che persone affette da gravi difficoltà cognitive quando coinvolte in attività colturali abbiano rivelato capacità decisionali’ totalmente sconosciute prima.

La funzione occupazionale nei confronti di fasce deboli

Nell’ambito delle funzioni di utilità sociale potenzialmente erogabili da programmi agricoli quali quelli condotti nelle fattorie sociali è opportuno – a livello descrittivo e concettuale – tener distinte le iniziative a finalità terapeutico-riabilitativa da quelle che mirano all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. La prima alimenta discipline quali l’ horticultural therapy e anche il fenomeno dellecare farms olandesi o i programmi di green rehabilitation realizzati, ad esempio, in Svezia.

In questo paragrafo ci soffermiamo sulle possibilità da parte delle imprese agricole ad esplicita finalità sociale, di promuovere occupazione per soggetti svantaggiati e di contribuire in questo modo a ridurre l’esclusione sociale nelle aree rurali.

Per i soggetti svantaggiati la sfida occupazionale rappresenta uno dei passaggi più difficili e complessi da affrontare. Richiede sforzi comuni e congiunti di più soggetti al fine di superare le oggettive difficoltà posta dal normale funzionamento del mercato del lavoro.

I mercati del lavoro, infatti, non riescono ad ‘accorgersi’ delle capacità produttive di persone che – alla luce di un paradigma valutativo efficientista – hanno tali capacità compromesse (ad esempio, le persone con disabilità) o che hanno compromesso la fiducia nei loro confronti da parte della collettività compiendo atti che li hanno temporaneamente esclusi dal contesto sociale (è il caso dei tossicodipendenti o dei detenuti). La sostanziale esclusione dal mercato del lavoro di tali soggetti si configura, per usare un termine sempre più diffuso tra gli economisti, in un ‘fallimento’ di tale mercato nel senso che nel loro funzionamento ordinario il mercato del lavoro emargina risorse umane pur capaci di partecipare ai processi di produzione, seppure a volte in condizioni di relativa protezione.

In linea generale, la condizione di svantaggio viene interpretata dai datori di lavoro come uno status comunque inadeguato ad un coinvolgimento lavorativo del soggetto che ne è portatore. Tale comportamento dipenderebbe da una carenza di informazioni sulle reali abilità dei lavoratori svantaggiati e da specifiche esigenze formative di cui tali lavoratori necessiterebbero e che rappresenterebbero un costo aggiuntivo per il datore di lavoro.

Al di là, quindi, della battaglia più generale da fare, suffragata, lo ricordiamo, da una legge nazionale ben precisa e che riguarda l’assunzione di persone svantaggiate in contesti di lavoro privati e pubblici, la fattoria sociale rappresenta un’opportunità transitoria o strutturale di recuperare il rapporto strategico tra autonomia, diritti, occupazione, reddito.

4.Note preliminari di sviluppo del progetto per Fano

Partendo dalle considerazioni generali fatte nelle pagine precedenti e considerando quella che segue come una ipotesi da suffragare (migliorare, integrare) in sede di progettazione esecutiva e di riflessione congiunta con gli stakeholders istituzionali, possiamo provare a definire alcune caratteristiche del progetto e dei possibili scenari.

Il progetto nasce attorno ad una struttura di proprietà del Comune di Fano e attualmente inutilizzata, esistente nel territorio di Saltara.

Descrizione dei luoghi

L’azienda è sita nella zona collinare del territorio comunale di Saltara, l’immobile è di proprietà del Comune di Fano, ad una altitudine di 300m slm. Dista dal centro urbano di Fano km 15, e vi si accede da SS Flaminia n. 3 – Strada Provinciale per Cartoceto – Strada Vicinale Comunale per Museo del Balì. Il fondo è catastato come segue: Comune di Saltara, foglio 1 particelle 4-237-495-497 R.D 119,48 R.A 101,44 superficie ha 3,16 Il terreno ha una conformazione regolare in corpo unico. È caratterizzato da un terreno di natura tendenzialmente argillosa di buona fertilità. È pianeggiante. E’ dotato di un fabbricato rurale per uso abitativo ubicato lateralmente, in cattivo stato di manutenzione, di metri quadrati 420 disposto su tre livelli. L’ indirizzo colturale attuale è cerealicolo.

Piano di riconversione aziendale

Realizzazione di un’azienda ad indirizzo colturale orticolo e vivaistico orticolo.

La scelta dell’indirizzo orticolo-vivaistico è motivata da diversi fattori rispondenti all’esigenza di promuovere l’inclusione sociale di soggetti svantaggiati attraverso il loro inserimento lavorativo in un’azienda agricola economicamente produttiva, pienamente iscritta nel tessuto socio-economico del territorio.

La coltura di tipo attivo presenta i seguenti vantaggi:

  • Può assicurare, in un’azienda con una base territoriale limitata, un reddito tale da garantire l’autonomia finanziaria della fattoria sociale.
  • Consente il più alto impiego di manodopera tale da permettere un più alto coinvolgimento di soggetti interessati.
  • Assicura un’uniformità del calendario agricolo senza picchi e senza periodi di stasi nella scansione del lavoro.
    Il breve ciclo agrario delle colture ortive consente di seguire lo sviluppo di una pianta in tutte le sue fasi dalla semina fino alla raccolta.
  • L’utilizzo fresco del prodotto consente una vendita al dettaglio che assicura ai soggetti un rapporto con l’esterno (acquirenti).
  • La vendita diretta dei prodotti aziendali stabilisce un rapporto diretto tra lavoro e reddito.
  • L’organizzazione di un centro di vendita aziendale comporta lo sviluppo di un’attività promotrice e commerciale.
  • Le operazioni colturali consentono una variabilità stagionale e giornaliera da consentire una flessibilità nell’impiego della manodopera a secondo r dell’esigenze e capacità individuali dei singoli.
  • La gestione dell’azienda comporta anche mansioni di tipo amministrativo.
  • Un’attività collaterale può essere quella di organizzare nel centro vendita aziendale un mercato periodico allargato ad altri produttori al fine di incrementare una vendita diretta dei prodotti agricoli e loro derivati e fare del centro un punto di riferimento sociale oltre economico.

Costo dell’opera ( da verificare)

  1. ristrutturazione del fabbricato aziendale da destinare in parte per uso abitativo e in parte come centro aziendale, € 630.000
  2. realizzazione di un magazzino e ricovero attrezzi. (200mq X 1000 euro/mq = € 200.000
  3. Realizzazione di centro vendite ( tendone / capannone prefabbricati… per la vendita diretta dei prodotti agricoli) €100000.
  4. sistemazione del terreno.€ 1000-2000
  5. costruzione di una serra nursery. (mq 50 x 200€/mq )= €10.000
  6. costruzione di serre tunnel per la climatizzazione delle piantine ortive 5000mq 50 -100/ mq= €250000/500000
  7. realizzazione di impianto di irrigazione a goccia nella zona destinata alle colture ortive. € 10000.
  8. macchine ed attrezzi: trattrice, seminatrice pneumatica a rullo , carrello, e attrezzi vari € 100000.

Totale costo circa da 1.300.000,00 a 1.550.000,00 euro

Nb: tutti i prezzi sono indicativi.

Bilancio preventivo

Attivo:

A. Produzione di piantine ortive in contenitori alveolari € 280.000

B. Produzione di ortaggi.€50.000

C. Attività collaterali:affitto degli spazi aziendali per il mercato periodico, attività didattica, attività vendita dei prodotti tipici. €70.000

Produzione lorda vendibile A+B+C = 350.000,00 euro.

Passivo:

A. Spese varie: sementi, torba vermiculite, contenitori alveolari ecc.90000 euro.

B. Quote: 20000 euro

C. Imposte 10000 euro

  • Il boreau d’ufficio per le attività gestionali ed organizzative
  • La residenzialità fissa
  • La recettività open
  • La formazione, le riunioni, la convegnistica
    Costi a+b+c= 120000

Reddito netto = produzione lorda vendibile –costi =350000-120000 =230000 euro

Ipotizzando che il salario di una unità lavorativa è di circa 25000 euro annui. Le unità lavorative complessive che si possono occupare nella fattoria sociale sono di circa 9.

Il lavoro preliminare da effettuare è un lavoro di ristrutturazione e riutilizzo dei terreni circostanti, attualmente in parte coltivati a cereali da parte della cooperativa Falcineto.

Effettuato il lavoro preliminare è possibile dare vita ad una struttura recettiva open che, oltre a favorire l’inclusione sociale ed a ospitare persone con difficoltà, si occupi sì di agricoltura ma valorizzando tutta una serie di spazi in più disponibili: per stage, convegni, formazione, turismo, etc.

Servono, pertanto, quattro tipologie di spazi principali:

Dal punto di vista agricolo, sarebbe meglio evitare di promuovere agricoltura intensiva (sia pure redditizia), valorizzando prodotti agricoli specifici, come gli ulivi. Si potrebbe pensare anche ad una piccola serra per produrre talee e favorire la biodiversità, recuperando semi del passato e vendendoli. E’ possibile sviluppare anche una vigna e, con un ettaro di terra, un maneggio con cavalli. Lo spazio è sufficiente anche per un vivaio collegato alla vendita diretta di fiori, rose, piante locali come: ulivo, olmo, cipresso, ecc.

Inoltre, per gli alunni dell’Osservatorio astronomico adiacente, si può strutturare anche una fattoria didattica con dei percorsi di apprendimento esperienziale specifici. Lo stesso parcheggio dell’Osservatorio potrebbe essere gestito a pagamento nell’ottica di inserire persone con difficoltà, dagli ospiti della stessa fattoria.

E’ possibile anche promuovere e vendere direttamente i prodotti come vino, formaggio, olio (filiera corta) e una serie di prodotti artigianali (realizzati con dei laboratori del legno), valorizzando (responsabilità sociale d’impresa e qualità sociale) il fatto che sono prodotti etici che vanno a sostenere un progetto di inclusione.

Un’ultima annotazione sulla sostenibilità del progetto (a cui accenniamo velocemente e che approfondiremo nelle sedi adeguate). Il Piano per lo Sviluppo Rurale, con l’asse riservato all’agricoltura biologica e sociale, potrebbe finanziare per cinque anni il lavoro modulare e progressivo di ristrutturazione e valorizzazione dell’area e della struttura. La stessa ASL, poi, rispetto ai programmi terapeutico-riabilitativi, potrebbe dirottare le risorse impiegate per coprire rette di utenti ospitati fuori regione sulla fattoria sociale; così come, rispetto ai percorsi di inclusione sociale il Piano sociale di zona potrebbe prevedere una quota-parte di risorse. I costi della residenzialità e della semiresidenzialità potrebbero essere più bassi di quelli attualmente previsti, con un impatto maggiore in termini di efficacia terapeutica e di inclusione.

Al di là della fase di start-up, che chiama in causa l’apporto di tutte le risorse e di tutti gli stakeholders interessati, nell’arco di cinque anni si mirerà a costruire un equilibrio tra spese pubbliche necessarie a gestire i programmi terapeutici e di inclusione per soggetti svantaggiati e risorse derivanti dalla gestione a regime della fattoria sociale. L’integrazione tra i due livelli permetterà di finalizzare le entrate economiche derivanti dalle attività della fattoria sociale e di favorire un risparmio progressivo di risorse pubbliche, aumentando – come dimostra le letteratura scientifica specializzata – da una parte il benessere dei cittadini svantaggiati e dall’altra i livelli di integrazione, sicurezza e accoglienza della comunità locale nel suo complesso.